Riflessioni bibliche sulla Visita pastorale

RIFLESSIONI BIBLICHE SULLA VISITA PASTORALE di Don Giuseppe Bellia

1. Quale significato dare al termine visitare

2. Come Dio visita la terra e l’uomo

3. Il perché della sua visita: l’alleanza

4. Verso una visita ultima e definitiva

5. Le visite di Dio nel Nuovo Testamento

6. Come accogliere oggi il pastore/servo

7. Un caso di accoglienza senza comunione

8. Regola pastorale per chi è inviato a visitare

9. Cristo visitatore che si identifica con il visitato

10. Congedo: la visita come invito alla fraternità «Benedetto il Signore, Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68).

Con queste parole il Benedictus di Zaccaria inneggia al Dio dei padri per la sua presenza premurosa e misericordiosa che si è fatta vicina al suo popolo venendo ad incontrarlo, a visitarlo. Nel sentire comune la parola “visita” ricorda l’idea dell’incontro umano e insieme dà il senso del vivere sociale, dinamico, trasmette il gusto dell’attesa, la cordialità dell’accoglienza e richiama l'usanza e il gesto di persone che lasciano il proprio ambiente e si recano presso parenti, amici o conoscenti con intenzioni benevole di conoscenza, di scambio, di comunione, comunquecon interessi di un mutuo vantaggio e con la prospettiva di essere accolti, ricevuti, di essere o diventare ospiti graditi, almeno per un certo tempo. 1. Quale significato dare al termine visitare La Visita Pastorale utilizza questo termine e partecipa di questi sentimenti diffusi, ma soprattutto si ispira al visitare di Dio, alla sua visita per eccellenza, quell’incarnazione promessa in figure da patriarchi e profeti ma che si avvera e si svela solo con il mistero del Figlio nato da Maria. Mistero perché la sua venuta è avvolta di silenzio e la sua testimonianza è adombrata dal fallimento della croce: «Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,11). In molti modi il quarto vangelo ci descrive questa visita che subito si configura come un evento drammatico il cui esito è a rischio, sospeso tra accoglienza e rifiuto umano, anche se su tutto ha trionfato l’inarrivabile misericordia divina. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha inviato il suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo» (Gv 3,16-17). L'immagine espressa dall’uso biblico del termine richiama quindi la presenza operosa e tuttavia misteriosa di Dio nella storia e insieme precisa il senso di un accadimento aperto, non scontato che dipende anche dall’accoglienza dell’uomo. Da Mambre a Nazaret, da Gerusalemme a Roma, la Bibbia ci fa conoscere molte visite di Dio, dei suoi profeti, dei suoi inviati, la visita del Figlio e quella dei suoi apostoli, dove l’atteggiamento umano di accoglienza o rifiuto ha svolto un ruolo non secondario. 2. Come Dio visita la terra e l’uomo Un buon punto di partenza lo troviamo nella scena descritta dal patriarca Giuseppe sul letto di morte: «Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese che Egli ha promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e a Giacobbe». Queste parole concludono il libro della Genesi, ma nello stesso tempo anticipano il tema pasquale dell’Esodo: Dio visiterà il suo popolo in Egitto per liberarlo e condurlo verso la terra promessa ai padri. Il testo reso in italiano con «visitare», compare già in Genesi a proposito di Sara (Gen 21,1) e in un testo molto significativo (1Sam 2,21) a proposito di Anna. Il figlio donato alla maternità della donna è prefigurazione della visita di Dio che libererà il suo popolo, Israele. L’esperienza della liberazione dall’Egitto è il dato fondante, la memoria storica d’Israele; ma è soprattutto un’esperienza che rivela Dio, il suo amore di Padre e il suo progetto di salvezza per l’uomo. L’uscita dalla schiavitù d’Egitto, l’epopea della Pasqua, è frutto della libera iniziativa di Dio che vede l’afflizione del suo popolo e decide di visitarlo (Es 4,31). La Pasqua come evento fondatore è ripreso in altri testi (Dt 26,5-9; 6,20-25) e diviene anche il modello interpretativo delle altre esperienze di salvezza (Is 35,1-10; 40,1- 5). Da questi racconti si evince che la visita di Dio vuole raggiungere due obiettivi principali: Dio visita il suo popolo per liberarlo dal male e per introdurlo nella terra buona dell’Alleanza. Dio abita i cieli e quindi la sua visita indica una discesa, un movimento di condiscendenza che culminerà nel suo farsi uno di noi. Questo ci aiuta a comprendere che il visitare di Dio non è da intendere come un passaggio o visita in senso locale e umano: Dio visita quando rivela la sua presenza premurosa, entrando nella storia e venendo in dialogo con gli uomini. 3. Il perché della sua visita: l’alleanza L’iniziativa di Dio ha a cuore di condurre tutto il popolo ad abitare una terra dove Lui ha rivelato la sua presenza dichiarandola terra santa: in questo modo voleva mostrare che il suo scopo era quello di far abitare all’uomo la sua stessa santità; per questo visiterà il suo popolo, per liberarlo dall’oppressione. Liberazione dall’ingiustizia, dalla violenza e dal male che rivela il progetto di Dio nellasua piena realizzazione come Alleanza. I racconti dell’Esodo sono segnati dall’irrompere verticale di questo agire gratuito di Dio: la manna donata come cibo, l’acqua scaturita dalla roccia nel deserto e la carne fatta piovere dal cielo, sono doni, ma anche segno di una dipendenza: sono nutrimento e insieme segno di debolezza di chi non è in grado di procurarsi da sé il proprio sostentamento. Al popolo liberato dalla schiavitù, Dio promette una terra in cui potrà vivere da libero e in pace: una terra descritta come paese bello e spazioso, dove scorre latte e miele, luogo di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che affiorano nella pianura e sulla montagna; un paese dove abbonda il frumento, l’orzo, dove fioriscono viti, fichi e melograni; dove l’ulivo dà il suo olio e la terra e le pietre procurano ferro e rame (Dt 8,7-9). Una terra abitabile e abitata è il luogo dove Dio ha scelto di visitare il suo popolo, non più oppresso dal male e schiacciato dalla vergogna, ma partner libero e responsabile di una relazione che si annuncia vitale e gioiosa. La visita di Dio in una terra abitabile ha come effetto di produrre una comunione fraterna tra gli abitanti. Il visitare di Dio, se in Egitto era un chiamare all’identità, adesso crea un popolo, crea una comunità di salvati, una comunità di eguali, di fratelli. Verità, questa, che Israele deve ricordare e sigillare nel proprio cuore, per rendere altri oppressi partecipi della propria gioia: «Quando un forestiero dimorerà presso di voi, nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante tra di voi lo tratterete come colui che è nato tra di voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto» (Lv 19,33-34). Il dono della comunità, proprio perché partecipato da Dio, deve essere esteso anche a quanti condividono la sorte di infelicità da cui Dio ha liberato con la sua visita. 4. Verso una visita ultima e definitiva Proprio questa inusitata relazione di amicizia tra l’uomo e Diodà un senso umano e teologico molto forte alle visite che Dio ha fatto al suo popolo e ai singoli credenti, disegnando un percorso di crescita nella relazione che troverà il suo senso e il suo compimento in una visita ultima e definitiva. All’inizio la fede di Israele appare centrata sulla fedele memoria del passato di salvezza donato da Dio più che sul futuro della relazione. Questo itinerario di maturazione verso la radicalità/interiorità dell’esperienza di fede intesa non in modo formale ed esteriore, ma come relazione vera con il Dio vivente, insieme alla progressiva comprensione non etnocentrica della relazione religiosa che si evolve verso l’universalità della salvezza donata da Dio ad ogni vivente, è un cammino lento e periglioso. Israele lo ha compiuto nel corso di molti secoli tra alti e bassi, tra fedeltà e tradimenti, tra eroismi e viltà, tra entusiasmi e delusioni e tuttavia ha acquisito un senso e un valore istruttivo ed esemplare per tutti gli uomini. Con l’apostolo Paolo dovremmo dire che quelle vicende narrate dalle pagine sacre e assunte dalla Chiesa come “parola di Dio”, sono state scritte in modo particolare, proprio per noi, per il nostro ammaestramento e ammonimento (1Cor 10,11). 5. Le visite di Dio nel Nuovo Testamento Le Visite di Dio narrate e testimoniate nell’antica alleanza raggiungono il loro vertice con l’incarnazione del Verbo e in modo storico e visibile con il Natale del Signore: il Figlio di Dio diventa anche vero uomo e apre un passaggio definitivo tra il cielo e la terra. In Cristo il mistero della «visita» di Dio apparirà in tutta la sua portata di presenza reale e tuttavia nascosta che richiede ancora e di più la fede. Ma vediamo altri passi dove si accresce il senso di questa visita risolutiva di Dio in Cristo. In Lc 7,16 dopo la risurrezione del figlio alla vedova di Naim, la folla glorifica Dio per aver suscitato un profeta e «aver visitato» (episképtomai) il suo popolo, riprendendo e amplificando quanto Zaccaria, pieno di Spirito Santo, aveva detto in benedizione del Dio d’Israele che «ha visitato e redento il suo popolo ». Nel vangelo di Giovanni, come si ricordava all’inizio, ci sono molte espressioni che richiamano il senso di questa visita: nel colloquio di Gesù con Nicodemo si rivela che Dio non ha inviato il suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma per salvarlo (Gv 3,17). Ancora, dopo la sua risurrezione, Gesù apparendo agli undici, rivela la pienezza del disegno salvifico del Padre: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (Gv 20,21). L’universalità della salvezza intravista dalla tradizione profetica d’Israele raggiunge la sua vera dimensione storica con la missione di visitare gli uomini che, partendo dal cuore del Padre, è affidata al Figlio e dal Figlio adesso è consegnata agli Apostoli e ai loro successori a vantaggio della sua chiesa e di tutti gli uomini fino alla fine dei tempi. Questa visita di grazia, iniziata con il visitare misterioso dei tre misteriosi viandanti che parlano all’unisono ad Abramo presso le querce di Mamre (Gen 18,1-15), è destinata a divenire universale e quindi riguarderà tutti: cominciando dalle pecore perdute della casa d’Israele si estenderà anche ai pagani, ai lontani. Verità ratificata dal collegio apostolico nel cosiddetto «concilio di Gerusalemme», dove Giacomo, seguendo l’indicazione di Pietro, ha spiegato «come fin dal principio Dio ha visitato (episképtomai) i pagani, per costituire in mezzo a loro un popolo consacrato al suo nome» (At 15,14). Lo stesso verbo compare anche in At 15,36 sulla bocca di Paolo che dice a Barnaba prima di intraprendere un nuovo viaggio missionario: «Ritorniamo a far visita (episképtomai) ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunziato la parola del Signore per vedere come stanno». In verità in questo passo per alcuni esegeti il verbo episképtomai sembra assumere il significato forte di «visionare/ispezionare» (che si può ritrovare in Nm 13,34; Sal 26,4; Zac 11,16; 2 Mac 11,36; At 6,3) e non conserva il senso usuale di visita, carico di connotazione religiosa (già segnalato in Lc 1,68.78; Lc 7,16; At 7,23; 15,14). Questo significato sembra confermato dal costrutto della frase che motiva la visita spiegando che vanno dai fratelli «per vedere come si conducono» (in latino quomodo se habeant). Da questa diversa traduzione si può rilevare l’altro aspetto della «visita » di Dio, già conosciuto dai profeti: l’aspetto giudiziale. In più luoghi i profeti hanno parlato della visita di Dio come tempo del giudizio; così Amos che minaccia la visita di Dio contro il popolo peccatore (3,2); visita di condanna ripresa anche da Osea (8,13; 9,9) e da Geremia (29,32). Fatta questa precisazione si deve ricordare che nel NT il significato di «visita punitiva» non compare mai, senza per questo sottacere il duplice e inseparabile aspetto salvifico/giudiziale del visitare divino. Gli Apostoli, infatti, visitano le comunità da loro fondate e indirizzano ai credenti lettere per incoraggiare l’osservanza dei discepoli e sostenerne la speranza; altre volte ritornano nelle chiese già istituite soggiornandovi per diverso tempo. In Atti 9,32 si legge che: «mentre Pietro andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che dimoravano a Lidda». Si può pensare che Pietro passa in visita “pastorale” tutte le comunità; anzi, è ipotizzabile che sarà proprio questo suo far visita alle comunità che più avanti conferirà al diacono, scelto per succedere all’apostolo, il titolo di epískopos, di vescovo, di visitatore. La presenza di Cristo, secondo la sua precisa promessa, continua anche mediante questi incontri, queste visite che i suoi inviati, i missionari, intrattengono con i credenti in un rapporto diretto da loro mediato. E come Dio nessuno lo ha mai visto ed è rivelato dallo scandalo del Figlio, così l’umanità del Figlio per noi ormai inaccessibile continua ad essere ripresentata con la parola e i segni sacramentali attraverso la mediazione obbediente dei suoi inviati animati dallo Spirito Santo. 6. Come accogliere il pastore/servo Proprio questa visione luminosa di un visitare carico dei frutti vitali dello Spirito ci obbliga a considerare l’oscura e tuttavia consapevole libertà che l’uomo ha di rigettare il Verbo, negandogli ascolto e accoglienza. Questa debolezza della parola/luce che sembra concludersi con lo scacco della croce inquieta e richiede un tentativo di risposta. Gli esperti sono concordi nell’indicare nelle pagine dell’apostolo Paolo e in quelle di Giovanni i luoghi di una riflessione dinamica più che conclusiva a riguardo. Forse l’approccio della comunità giovannea, che più di altre ha trasmesso una lettura teologica del dramma dell’incarnazione, può rivelarsi più consona alla nostra riflessione. La dialettica luce/tenebre è enunciata in modo nitido e perentorio fin dal prologo: «Venne nella sua casa, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato il diritto di diventare figli di Dio» (Gv 1, 11-12). Che cosa c’è dietro il mistero di questo rifiuto/accettazione? La storia che noi conosciamo attraverso la Sacra Scrittura ci descrive vari momenti «prima di Cristo», in cui l’umanità nel suo insieme, sembra orientarsi e determinarsi contro Dio. Paolo e Giovanni chiameranno «mondo» questa porzione di umanità avversa e refrattaria alla verità, alla luce, alla giustizia, insomma alla realtà di Cristo. È il leit-motiv di tutte e due i racconti della caduta: essere come Dio, per essere Dio di se stesso e divenire anzi Dio degli altri. È un processo idolatrico conosciuto e condannato dagli autori biblici, dai profeti ai sapienti, trasversale alle diverse epoche e culture e che nella sua ribellione più acuta culmina nella vicenda di Gesù, come spiega la parabola dei vignaioli omicidi (Mc 12, 1-12). La storia drammatica di questo incontro tra l’uomo e Dio in Cristo è già conclusa e insieme ancora aperta, perché segna ogni civiltà, ogni generazione, ogni uomo. L’accoglienza del vescovo è un’occasione di grazia se è il punto d’incontro di due scommesse che sono atti di reciproca fiducia, se accade in una duplice convergenza d’intenti che è innanzitutto reciproca volontà di ascolto: quella del ministro, chiamato a essere icona trasparente del servo/signore, pastore buono che visita il gregge di cui è custode, e l’azzardo della fede del singolo credente e delle comunità che accettano d’incontrare nel ministro non l’uomo, ma la potenza umile e nascosta del Risorto. Un atteggiamento rinunciatario, pigro spiritualmente e moralmente inerte continua a pensare che la fede sia solo un’adesione mentale ad un elenco di verità lontane e astratte: così l’incontro tra chi visita e chi accoglie non può essere occasione di mutuo compiacimento. Se la visita pastorale vuole arrecare frutti alle comunità richiede al pastore e al gregge l’impegno di una conversione continua. 7. Un caso di accoglienza senza comunione L’accoglienza esige dunque la pazienza dell’ascolto che richiede tempo e luogo adeguati, senza dei quali si può avere un’accoglienza premurosa e indaffarata che non porta alla comunione, come ricorda l’episodio di Marta e Maria (Lc 10,38-42). Secondo un’interpretazione divenuta ormai abituale, Maria era posta come l’eminente modello di chi aveva scelto la parte «migliore » nella vita contemplativa, mentre Marta restava l’esemplare icona «meno buona» del generoso e utile servizio femminile consacrato alla vita attiva. L’esito anacronistico di questo raffronto tra l’ascolto e il servizio, tra la contemplazione e l’azione, non è presente nel testo; come del resto del tutto estraneo all’intenzione lucana è la divaricazione fra l’amore per il Signore raffigurato da Maria e quello per il prossimo rappresentato da Marta. Non ci sono due diversi modi di servire o di amare: c’è una sola e sapiente modalità di accoglienza del Signore e, in prospettiva, dei suoi inviati: l’evangelista voleva segnalareai discepoli la possibilità paradossale, quanto mai rischiosa eattuale, di un’ospitalità tanto sollecita nel fare quanto poco accogliente nell’ascoltare. L’ospitalità autentica non si accontenta di offrire un servizio, di svolgere un compito ma cerca la relazione e perciò suppone sempre l’accoglienza dell’altro e dunque il suo ascolto, perché desidera la sua compagnia. L’affannosa premura del servizio, separato dall’ascolto, procura invece la preoccupazione e il vano agitarsi di chi ha scelto la parte «non buona», lasciandosi sopraffare dalle «troppe cose» (10,41) che finiscono per far trascurare proprio l’ospite che pure si è accolto con generosa sollecitudine. Quella di Marta è un’icona istruttiva di un’accoglienza formalmente ineccepibile del pastore e maestro che si preoccupa dell’esteriorità virtuosa di cui mena vanto («mi ha lasciata sola a servire»), senza desiderare veramente l’incontro con l’altro, con la sua parola, senza ricercare quella consolazione dello Spirito che permette di incontrare nell’invitato lo stesso Signore. 8. Regola pastorale per chi è inviato a visitare L’apostolo ci consegna la sua personale testimonianza quando confessa la sua disarmante strategia di credente e di ministro davanti all’alterità umana e culturale dei diversi destinatari della sua predicazione e della sua visita. Nella prima lettera ai Corinzi (9,19-23) scrive: Pur essendo, infatti, libero da tutti, di tutti mi sono fatto servo, per guadagnarne il maggior numero; e sono divenuto con i Giudei come un giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli sotto la legge, come uno che è sotto la legge (pur non essendo sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che sono sotto la legge; con i senza legge, come un senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge di Cristo), per guadagnare quelli che sono senza legge. Sono divenuto con i deboli, debole, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvarne ad ogni modo alcuni. Tutto io faccio per il vangelo, per divenirne compartecipe. Da questo brano si disegna la condotta dell’inviato, nei confronti di giudei e greci, davanti a deboli e forti, come davanti ad ogni coscienza, con la legge o senza la legge. Il suo atteggiamento pastorale è sintetizzabile in due espressioni in apparenza antinomiche però quanto mai incisive ed efficaci: «pur non essendo» e «mi sono fatto come». Questo suggestivo linguaggio è un ossimoro antropologico e teologico insieme. Nell’agire apostolico, preservando la verità dei due enunciati, coscienza della propria identità e pronta disposizione a divenire “come” l’altro, si disegna un agire ministeriale cosciente della propria verità e rispettoso della libertà altrui, mostrando a quale raffinata sensibilità morale può giungere lo spirito di adattabilità dell’apostolo e con lui di ogni inviato. Anche l’apostolo visitando è come colui che accoglie: chi visita si dispone a sua volta a ricevere. Solo dentro lo spazio di un’accoglienza reciproca, modellata sull’icona trinitaria, può avvenire l’incontro tra chi è inviato e chi accoglie. 9. Cristo visitatore che si identifica con il visitato Le riflessioni bibliche sulla visita pastorale sin qui sommariamente presentate, ci permettono di approfondire una verità inevitabile della visita, compresa alla luce scandalosa della sapienza evangelica che sovverte completamente il nostro modo di pensare: la celebre pericope matteana sul giudizio finale (Mt 25,31-46). Il brano ci presenta una serie di sei opere di misericordia verso i bisognosi che determineranno il sorprendente giudizio divino; tra questi ultimi ci sono i malati: «Ero malato e mi avete visitato». Ciò che è stupefacente è che è proprio Lui, il medico, il Signore che desidera, chiede di essere visitato. Il testo certamente risente della spiritualità giudaica e affonda le sue radici nella sensibilità etica e religiosa del tempo, ma presenta un aspetto veramente nuovo e sconcertante: il Signore della storia che alla fine dei tempi viene a giudicare tutte le genti, lui che è venuto come medico per i malati e non per i sani, si identifica con il malato. Evento inatteso e sbalorditivo che sorprenderà sia quanti erano convinti di averlo servito e visitato sia quelli che non avevano avuto alcuna consapevolezza di averlo fatto. La novità veramente sconvolgente che a prima lettura sembra ribaltare tutta l’impostazione precedente sulla visita biblica e su chi è inviato a visitare, è che il Cristo rivela ai suoi di identificarsi con il malato e non con il visitatore. Mirabile metamorfosi che trasformando, o meglio rivelando nel medico il malato ci ricorda il misterioso agire di Dio: lui è il liberatore che in carcere attende di essere cercato, è il pane che sazia ma è anche l’affamato, è la sorgente d’acqua viva che disseta ma è anche l’assetato e quindi è veramente il visitatore che attende di essere visitato. Verità consolante per ogni inviato che nel visitare confessa di essere stato visitato, sapendo che avrà ancora parte di tutta la fragilità umana. Quando l’inviato riconosce e accetta la sua debolezza allora il visitatore diventa un docile e fecondo strumento dell’opera della grazia che proprio nella debolezza fa rifulgere la sua forza (2Cor 12,9), come è accaduto al Crocifisso, che sulla croce fa rifulgere il massimo splendore della gloria del Padre (Gv 12,32). 10. Congedo: la visita come invito alla fraternità Dopo quanto accennato sopra sulla probabile origine del termine vescovo/visitatore per indicare il successore degli apostoli mi sembra che il brano di 1Pt 2,25 si presta bene per una riflessione conclusiva: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode (epískopos) delle vostre anime». In questo passo compare il sostantivo epískopos (da notare la derivazione del termine dalla medesima radice del verbo episképtomai «visitare», composto da epí + skept-), unitamente al termine poimên, «pastore» (già presente nell’AT: cf. Nm 27,16) e qui associato a “vescovo”. In questo versetto la «sorveglianza», l’«ispezione», la «visita» è da intendersi alla maniera del pastore buono di cui parla Giovanni: il visitare è una vera diaconia sacramentale che cerca e rafforza la comunione per costruire la fraternità. Qui si cela una verità inarrivabile e creativa che non finisce di illuminare la kénosi del Figlio nell’uomo: il Signore che bussa è il forestiero, è l’affamato, è l’assetato, è l’ignudo; sì, è lui, il medico/malato. Se si accoglie il vescovo come autorevole uomo di chiesa, si è già ricevuta la propria ricompensa. Se lo si accoglie nel mistero del Signore/crocifisso, allora il nostro cuore si potrà dilatare a misura di un’accoglienza divina, vivendo la fraternità. Le comunità e i singoli credenti sono chiamati a prepararsi e a vegliare perché non accada che la mancata, distratta o formale accoglienza riservata alla visita del Vescovo, faccia perdere o sciupare la possibilità di essere visitati da Dio, quando busserà alla nostra porta con un volto sfigurato e irriconoscibile. Certo ognuno avrà tempo per mille indecisioni e avrà modo di accampare mille scuse per ritardare o per non accettare l’invito come spiega la parabola di Luca (14,15-24), ma deve sapere che può perdere per sempre un’occasione di grazia non riconoscendo nel visitatore il visitato e in colui che invia lo stesso che accoglie e che un giorno lo giudicherà. Come ammoniva trepidante il santo vescovo Agostino che, ormai vecchio, temeva di non udire in tempo la voce del suo Pastore o di non essere pronto ad accogliere la visita del suo Signore quando nel cuore della notte si leverà il grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!» (Mt 25,6).