La Santa di Catania: AGATA
Nota preliminare
In merito alle notizie relative alla memoria di Agata, giovane donna cristiana martire nel 251, vi sono due aspetti che é bene porre subito all'attenzione del lettore. La tradizione agiografica é considerata con perplessità dagli esperti, per il suo fragile valore storico, mentre il culto ad Agata é possibile attestarlo a breve distanza di tempo dal martirio. La ricostruzione che qui viene offerta tiene conto dei migliori studi sull'argomento e sulla scelta di collocare la storia di Agata nel più ampio contesto della presenza di una comunità cristiana a Catania che genera Agata alla fede e, insieme alle altre sparse nell'impero romano, subisce la persecuzione decretata dall'imperatore Decio.
1. Il cristianesimo a Catania nel III secolo
Per Catania non é difficile supporre la presenza di una comunità cristiana fin dall'inizio dell'evangelizzazione dell'isola. La città ricopriva un ruolo di particolare rilevanza nel contesto politico ed economico dell'isola, e si collocava insieme a Siracusa come snodo dei rapporti tra Roma, l'Asia minore e l'Africa.
Lo stato attuale delle fonti ci permette di documentare con certezza la presenza di una comunità cristiana a Catania solo a partire dal III secolo. Ben nota é l'epigrafe cosiddetta di Iulia Florentina: bambina dulcissima et innocentissima morta a Hybla (nei dintorni dell'attuale Paternò) a 18 mesi e 22 giorni di vita, battezzata in punto di morte e trasportata a Catania per essere sepolta da un presbitero in un loculopro foribus Martyrum Christianorum. La lapide, rinvenuta nel 1730 a Catania e ora al Museo del Louvre, é databile agli inizi del IV secolo ed offre almeno una doppia testimonianza. A Catania, nei decenni precedenti, un certo numero di cristiani avevano testimoniato la loro fede con il martirio: con certezza ci si può riferire alla persecuzione di Diocleziano (304), che vide il martirio volontario di Euplo, ma anche a quella di Decio, durante la quale é martirizzata Agata (251). Il cimitero, poi, doveva essere oggetto di particolare venerazione da parte dei cristiani e si era sviluppato attorno ad un edificio di culto: una basilichetta con unica navata a corridoio e abside trichora, di cui si ha notizia da scavi archeologici. Venerazione che si era diffusa anche tra le comunità cristiane dei dintorni, se la bambina viene trasportata da Hybla a questo cimitero dei martiri di Catania per esservi seppellita.
La carenza di fonti autentiche e credibili obbliga, quindi, a muoversi con cautela nel rintracciare le prime forme di presenza del cristianesimo a Catania e in Sicilia, condizione che accomuna l'isola ad altre regioni dell'Italia meridionale. Dai testi letterari, epigrafici e archeologici disponibili pare, comunque, che l'esperienza del martirio abbia caratterizzato la vita anche delle comunità cristiane della Sicilia orientale. L'anelito verso l'eschaton e la considerazione che il presente é tempo di testimonianza ma anche di rischio del venir meno, come accaduto ai lapsi(i cristiani che per paura rinnegano la fede e, passata la persecuzione, chiedono il perdono della comunità), sembrano essere elementi tipici pure per i cristiani catanesi.
2. La persecuzione dell'imperatore Decio
Intorno alla metà del III secolo si aggravano le condizioni generali dell'impero: pressione dei barbari ai confini e loro invasione dei territori di alcune provincie; crisi nei poteri centrali dello stato e riduzione dei poteri del senato; anarchia nell'esercito, che proclama e mantiene in carica l'imperatore; più in generale, crisi economica, sociale, religiosa e morale.
Per farvi fronte si ritiene che l'atto politico più urgente sia propiziarsi gli dèi propri dello stato romano restaurando le antiche tradizioni, per garantirsi una incontrastabile protezione della divinità. Matura la convinzione che soltanto l'unità religiosa, attorno ad un ravvivato culto degli déi, possa assicurare l'unità politica dell'impero e il superamento della condizione di crisi. Ma intensificare le forme devozionali del passato non comporta la soluzione delle difficoltà, piuttosto le acutizza fino a farle esplodere.
Decio, rappresentante della vecchia tradizione romana, proclamato imperatore dai soldati, al principio del 250 emana l'editto che scatena la persecuzione generale contro i cristiani. Per quanto l'editto mirasse a liquidare il cristianesimo, di fatto obbliga tutti i cittadini ad esprimere la propria adesione alla religione ufficiale con la partecipazione ai sacrifici in favore degli déi riconosciuti, per impetrare da loro protezione e prosperità a favore dell'impero. Ma l'editto prevede pure una novità radicale, rispetto alla tradizione romana. Per verificarne l'esatta osservanza, in tutte le provincie vengono costituite delle commissioni con il compito di vigilare sul compimento dei sacrifici e per rilasciare ad ognuno un attestato scritto (libellus) dell'atto di culto prestato, da esibire alle autorità locali.
In verità, la complessa procedura prescritta dall'imperatore Decio farà emergere una duplice incrinatura: negli organi dello stato e nelle comunità cristiane. In diversi casi l'editto viene osteggiato e disatteso da funzionari imperiali avversari di Decio, disposti a lasciarsi corrompere e rilasciare attestati falsi. Ovviamente, a corrompere costoro sono cristiani paurosi, magari senza alcuna intenzione di pubblica negazione della fede.
La persecuzione non ha l'effetto sperato e verso di essa si hanno manifestazione di avversione pubblica soprattutto a Roma, città tradizionalmente tollerante, sia sul piano religioso che razziale. Pure Decio, al fine di salvaguardare la sua popolarità, evita di comminare le pene più gravi nei casi in cui personalmente prende parte agli interrogatori dei cristiani. Così, nell'autunno del 250 la capitale dell'impero é di fatto un sicuro rifugio per i cristiani perseguitati nelle province. Nella primavera del 251, poi, con la partenza di Decio da Roma per combattere i Goti che avevano invaso le province danubiane, e la sua morte sul campo di battaglia, l'esecuzione dell'editto si arena definitivamente.
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3. Fonti per la storia di Agata
Durante la persecuzione decretata da Decio anche i singoli membri della comunità cristiana di Catania vengono sollecitati a sacrificare agli déi dell'impero. Così come altrove, vi sono stati dei confessori, dei martiri e dei lapsi. In special modo, però, i cristiani catanesi diffondono la memoria del martirio di una loro sorella nella fede: la giovane Agata. Anche l'acquisizione di notizie sulla sua eroica testimonianza di fede rientra, ovviamente, nel più ampio contesto dell'analisi delle fonti agiografiche.
Oltre al verosimile riferimento al martirio di Agata e di altri cristiani, contenuto nell'epigrafe di Iulia Florentina, in precedenza ricordata, un'altra iscrizione funeraria attesta il culto ad Agata poco tempo dopo la persecuzione di Decio. Rinvenuta nell'isola di Ustica, scritta in lingua greca e databile alla fine del III secolo, riferisce che «Lucifera é morta il giorno di Agata». Il luogo del ritrovamento, Ustica, e la datazione testimoniano che la notizia del martirio di Agata e il suo culto si sono diffusi presto oltre Catania e la Sicilia orientale. Un'altra testimonianza può desumersi dalla menzione di una Agata nel Simposio o Il banchetto delle vergini di Metodio, noto come vescovo di Olimpo nella Licia, morto nel 311: di conseguenza, il testo é stato redatto prima di tale anno. La notizia del martirio di Agata avrebbe avuto una rapida e ampia diffusione se già tra III e IV secolo era nota anche in Oriente.
Il nome di Agata ricorre pure nei calendari liturgici, nei sacramentari e nei martirologi, in particolare in quello Geronimiano del V secolo, attribuito a S. Girolamo (+420). Nel calendario cartaginese, dei primi due o tre decenni del VI secolo, si legge un solo nome siciliano, appunto quello di Agata, al 5 febbraio. A lei sono dedicate chiese a Roma, già durante il pontificato di papa Gelasio I (492-496), e in altre parti della cristianità. Il suo culto viene promosso da diversi pontefici, in special modo da Gregorio Magno (590-604) che inserisce Agata nel canone romano della messa, insieme con Perpetua, Felicita, Lucia, Agnese, Cecilia e Anastasia. Al VI secolo si fa risalire il formulario ambrosiano della messa in onore di Agata, e al VII secolo é attestato il culto in Inghilterra. Elementi che ci dicono del carattere universale del culto ad Agata fin dall'antichità.
Un altro indizio é possibile desumerlo dal confronto tra il culto ad Agata ed il culto all'altro martire catanese, il giovane Euplo. Gli Atti del suo martirio, subìto durante la persecuzione di Diocleziano nel 304, redatti in lingua greca e rimaneggiati tra IV e V secolo, per gli esperti di agiografia sono da ritenersi gli unici che abbiano fondamento di genuinità tra quelli dei martiri siciliani. E tuttavia, il culto ad Euplo non riesce ad imporsi su, o almeno come, quello ad Agata. Di riflesso, si può individuare un ulteriore segnale della immediata e robusta popolarità di Agata, che non viene scalfita neanche da un martire di straordinaria importanza quale Euplo.
Circa poi gli atti del martirio di Agata va osservato che anche nel suo caso non si ha il testo autentico o coevo della sua vicenda martiriale, ma soltanto narrazioni redatte molto tempo dopo. Non é il caso di addentrarsi in complesse questioni filologiche relative alle diverse stesure di esse. Le redazioni più note del martirio e ritenute maggiormente credibili, fonte per altre elaborate in tempi successivi (sono stati contati oltre duecento manoscritti in lingua latina e in lingua greca), sono tre: due in lingua greca e una in lingua latina.
Ma quale di queste narrazioni é da ritenere più antica, e quale é la sua datazione probabile? I testi agiografici siciliani, come la gran parte di quelli occidentali, vengono redatti tra V e VI secolo, ma proliferano soprattutto nell'VIII secolo. I loro autori, di conseguenza, non sono testimoni del quadro storico in cui accade la testimonianza di fede dei martiri siciliani. La descrizione martiriale é debitrice, piuttosto, di un contesto siculo-bizantino: dal VII secolo la Sicilia, specialmente la zona orientale, é sotto la piena sfera di influenza di Bisanzio.
Anche gli atti del martirio di Agata sono da collocare in questa produzione agiografica. Il testo più antico a noi giunto, dipendente forse da una precedente narrazione redatta probabilmente in lingua greca ma purtroppo andata perduta, si ritiene quello latino edito circa il 1477 da Bonino Mombrizio (1424 - 1482/1502). La sua redazione, in ragione dei diversi elementi anche linguistici che lascia emergere, oltre che per il modo di presentare l'autorità romana quale espressione demoniaca, propria del periodo successivo al IV secolo, come già osservato, verosimilmente é databile al VI secolo, con tracce appunto di stesura più antica.
Ipotesi avvalorata dagli atti del martirio di Lucia di Siracusa, martirizzata durante la persecuzione di Diocleziano nel 304. é noto che essi pongono un legame tra le due martiri siciliane: in seguito al pellegrinaggio alla tomba di Agata, la madre di Lucia viene guarita da un ininterrotto flusso mestruale; Agata predice in sogno a Lucia il martirio, la identica gloria di cui ella già partecipava e la protezione che avrebbe esercitato su Siracusa così come lei su Catania. Pare assodato che la redazione greca degli atti di Lucia siano databili al V secolo e l'autore é a conoscenza della narrazione del martirio di Agata, al punto che accredita la martire siracusana ricorrendo al ben consolidato culto della martire catanese. Pertanto, é agevole supporre la circolazione tra le comunità cristiane di un testo relativo alla vicenda di Agata, precedente la stesura del testo su Lucia, che potrebbe essere quel testo originario andato perduto ma dal quale dipendono gli atti latini giunti fino a noi, per analogia con quelli di Lucia redatti anch'essi in greco.
Nella correlazione tra il culto ad Agata e a Lucia, non scalfito dal culto ad uomini santi dell'isola, tra cui Euplo, é possibile individuare un sopravvento del modello di santità femminile nel cristianesimo siciliano delle origini.
4. La diffusione del culto
Si é già detto come il culto alla martire Agata si sia ben presto diffuso ed imposto tanto in Sicilia che in altre zone della cristianità. La fama del suo martirio é stata veicolata anche dai miracoli e dai prodigi che le sono stati attribuiti. Secondo gli atti del Mombrizio, Catania riconosce alla sua santa concittadina il ruolo di protettrice fin dall'anno successivo al martirio: ai meriti e all'intercessione di Agata, resa presente con il velo che ne ricopriva il sepolcro, portato in processione dai cittadini, la città attribuisce la liberazione da una violenta colata lavica dell'Etna che si dirigeva verso di essa.
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A Costantinopoli, secondo la tradizione, le reliquie di Agata vengono portate da Giorgio di Maniace nel 1040, da dove rientrano il 17 agosto del 1126. Momento, questo, che segna la riappropriazione protettiva della santa concittadina e la determinazione dell'identità civica e della fisionomia cristiana della città, ora normanna e latina, nonostante continui la presenza di greci, ebrei ed arabi. La saldezza nella fede, la fierezza femminile, la forza nei tormenti, la tipologia del martirio e i prodigi attribuiti all'intercessione di Agata hanno contribuito a diffonderne in tutto il mondo il culto e la devozione. Un segnale é dato pure dagli oltre 200 manoscritti, computati dagli studiosi, che narrano del martirio di Agata in greco, latino, inglese e financo scandinavo.
Tra i fatti prodigiosi si attribuiscono dai catanesi alla protezione di Agata é da ricordare un episodio che si ritiene accaduto durante il conflitto tra Federico II e il papato. Nel 1236 l'imperatore aveva già ordinato la distruzione della città e il massacro dei catanesi per la loro adesione ai suoi avversari quando, mentre il popolo rifugiato in cattedrale pregava, trova scritto su un libro un sintomatico monito: "non offendere la patria di Agata perchè punisce le offese arrecate ad essa". Monito che ha dato origine al monogramma n.o.p.a.q.u.i.e., Noli Offendere Patriam Agathae Quia Ultrix Iniuriarum Est, posto oggi su un cartiglio in cima all'obelisco che sovrasta il monumento dell'elefante in piazza Duomo, e che insieme all'altro m.s.s.h.d.e.p.l., desunto dagli atti del martirio, é stato apposto sul prospetto della cattedrale ricostruita dopo il terremoto del 1693 e può riscontrarsi in alcune chiese del centro storico. L'ultimo episodio é del 1886: la colata lavica ormai prossima al comune di Nicolosi si é fermata là dove l'arcivescovo Giuseppe Benedetto Dusmet (1867-1894, proclamato beato nel 1988) ha portato il velo della santa invocandone il patrocinio.
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Nell'incontro con i giovani, a Catania il 5 novembre 1994, Giovanni Paolo II ha rilanciato l'esemplarità di Agata svelandone il "segreto": «Se domandiamo alla vostra giovanissima Patrona: Spiegaci, come hai potuto, all'età dio circa quattordici anni, essere già così forte nel testimoniare Gesù, così matura da avere l'onore di dare la vita per Lui, Lei ci risponde: "Non é merito mio se sono stata buona. E' stato Gesù a farmi buona, é Lui il segreto del mio nome e della mia vita. Io sono semplicemente come tralcio attaccato alla vite". Ecco: questo é il segreto di Agata e di tanti come lei».
Il testo é una riduzione da: Gaetano Zito, S. Agata da Catania, ©2004 Editrice Velar, Gorle (Bg)
Per una conoscenza più ampia della storia, del martirio, del culto di S. Agata e del suo significato nella tradizione e nella religiosità cristiana, come nell'arte e nella musica, il testo di riferimento é: Agata, la santa di Catania, a cura di Vittorio Peri, Editrice Velar, Gorle (Bg) 1996.
